Venezia, culla dell'editoria

L'alba dei libri

L’atmosfera culturale della Venezia del XVI secolo raccontata attraverso fenomeni editoriali ed una narrazione coinvolgente.

Nel Suo libro ci descrive una Venezia vivace, crocevia di culture e ovviamente centro di scambi commerciali. Esiste attualmente una città il cui ruolo è culturalmente paragonabile a quello svolto all’epoca dalla capitale della Serenissima?

L’unico paragone possibile con l’oggi è New York. Il melting pot della Venezia cinquecentesca può essere confrontato soltanto con quello odierno della metropoli americana. Venezia attirava genti da ogni dove e ne sono visibili tracce ancora oggi. Ai piedi del ponte dei Greci si innalzano la chiesa greco ortodossa, e la sede della comunità ellenica, presenti fin dagli albori a Venezia, che nasce come città sottoposta a Bisanzio, ma si rafforza dopo la IV crociata, nel 1204, quando i cattolici, guidati dai veneziani, conquistano Costantinopoli e si spartiscono ricchezze e territori, e soprattutto dopo la conquista ottomana della medesima Costantinopoli, quando un gran numeri di dotti fugge verso l’Adriatico; non è un caso che il primo libro greco del mondo sia stampato a Venezia nel 1486. L’isola lagunare di San Lazzaro è ancor oggi sede del monastero dei padri armeni mechitaristi, in città c’è la sede del collegio armeno Angelo Raffaele, il primo libro armeno del mondo viene stato stampato a Venezia nel 1512 e San Lazzaro, fino alla caduta dell’Urss e alla nascita della repubblica d’Armenia, è stata sede della più importante tipografia armena che stampava libri per tutta la diaspora. Venezia è la sede del primo ghetto della storia, istituito nel 1516 (e il nome deriva dal fatto che nell’isola dove vengono rinchiusi gli ebrei c’era in precedenza una fonderia, e il luogo del “getto”, nella pronuncia dura degli ebrei ashkenaziti diventa “ghetto”). Il “serraglio dei giudei” veneziano diventa un punto di riferimento essenziale per l’ebraismo, e per i suoi studiosi, e ancora una volta non è casuale che il primo Talmud e la prima bibbia rabbinica del mondo siano stampati a Venezia attorno al 1525.

Anche dal punto di vista economico regge il paragone tra Venezia e New York: Rialto è una delle più importanti piazze finanziarie dell’epoca (ben lo sa William Shakespeare al momento di scrivere “Il mercante di Venezia”), il Fondado dei Tedeschi, ai piedi del ponte di Rialto, prima dell’arrivo dell’argento americano è il più importante emporio europeo di metallo monetario nonché il luogo dove i mercanti centroeuropei mandano i giovani a imparare il mestiere le tecniche contabili, come la partita doppia, al tempo conosciuta come “modo di Vinegia” perché il primo libro che ne diffonde la conoscenza, la “Summa de aritmetica”, di Luca Pacioli, viene stampata a Venezia nel 1494.

Il ritrovamento del Corano cinquecentesco rappresenta una vicenda bibliofilicamente appassionante. Vi sono altri episodi nella storia dell’editoria che l’hanno altrettanto appassionata?

Non conosco alcun altro episodio così avvincente e in qualche modo avventuroso, come la scoperta del primo Corano a stampa, da parte di Angela Nuovo nel 1987. Ma il mondo del libro riserva infinite sorprese. Per esempio si sapeva che il suddetto Luca Pacioli aveva scritto un trattatello di scacchi per Isabella d’Este Gonzaga, di cui si erano perse le tracce. Nel 2006 uno studioso friulano, Duilio Contin, esamina a Gorizia la biblioteca dei conti Coronini, lasciata all’Archivio di stato. Si dà il caso che Contin sia il responsabile delle biblioteca di Luca Pacioli a Borgo Sansepolcro, in provincia di Arezzo, luogo natale del matematico. Contin, quindi, conosce la grafia di Pacioli e quando prende in mano un anonimo manoscritto che tratta di scacchi, è in grado di attribuirne a lui con certezza la paternità. Non solo, in base a perizie grafologiche, è stato stabilito che i disegni delle scacchiere con relativi pezzi schierati, non sono della stessa mano che ha scritto le spiegazioni. Sappiamo con certezza che alla corte di Isabella d’Este, appassionata di scacchi, assieme a Luca Pacioli era presente un suo caro amico di nome Leonardo da Vinci. Chissà mai, quindi, che non sia sua la mano che ha tracciato i disegni.

Dalle tavolette sumere al papiro, dai manoscritti alla stampa, fin dall’inizio il libro è stato oggetto di evoluzione e cambiamenti strutturali. Come vive il passaggio dal cartaceo al digitale?

Con lo stesso panico con cui fu vissuto, mezzo millennio fa, il passaggio dal libro manoscritto a quello a stampa. Marsilio ha pubblicato un gustosissimo libretto, dal titolo “Stampa meretrix” con le invettive di un religioso amanuense contro la stampa. Il frate sosteneva che la stampa avrebbe ucciso la cultura, che solo la nobile scrittura manuale era in grado di trasmettere la conoscenza, e non la stampa, definita per l’appunto “meretrix”. D’altra parte quando Aldo Manuzio, nel 1501, stampa il primo libro tascabile, non ha affatto idea di dove avrebbe portato questa sua innovazione, del fatto che noi, cinquecento anni dopo, l’avremmo continuata a usare.

Quali sono le biblioteche o gli istituti di conservazione veneziani accessibili al pubblico che Lei consiglierebbe di visitare ad un turista bibliofilo?

Be’, prima di tutto la Biblioteca nazionale marciana, fondata sulla base si una donazione di manoscritti da parte del cardinale bizantino Bessarione, nel 1468. È con ogni probabilità la prima biblioteca statale del mondo, voluta dal governo della repubblica veneta, poiché tutte le biblioteche pubbliche precedenti erano proprietà di principi o di ordini religiosi, tra l’altro è l’unica istituzione della Serenissima ancora funzionante ai giorni nostri. Oggi opera nei locali dell’ex zecca, mentre la Sala monumentale, progettata da Jacopo Sansovino per ospitare la bublioteca, è visitabile entrandoci dal Museo Correr. Nella contigua antisala, ornata dal pennello di Tiziano, è esposto uno dei capolavori assoluti conservati alla Marciana, ovvero il mappamondo del camaldolese fra’ Mauro, disegnato nel monastero di San Michele a metà Quattrocento, contenente la summa delle conoscenze geografiche dell’epoca, basate soprattutto sul “Milione”, di Marco Polo (la Marciana conserva il testamento del mercante veneziano) e quindi priva della non ancora scoperta America.

Ma valgono una visita anche la Querini-Stampalia, una delle pochissime biblioteche aperte la sera fino alle 22, quella della Fondazione Cini, sull’isola di San Giorgio, ospitata nella Manica lunga dell’ex monastero benedettino e la “Renato Maestro”, della comunità ebraica, con le sue incomparabili prime edizioni a stampa dei libri ebraici.

Per ogni lettore vi è un libro, generalmente letto durante l’infanzia, che rappresenta in qualche modo la propria “alba dei libri”. Quale potrebbe essere il Suo?

Sarò banale, ma è la trilogia dei corsari di Emilio Salgari. La mia passione per la lettura è venuta fuori da là, da quando ancora ragazzino mi sono messo a leggere i tre volumi, divorati uno dopo l’altro. I miei genitori me li avevano regalati in un’edizione che li riuniva in un cofanetto, di grandi dimensioni, con bei disegni, come dev’essere per i lettori ancora in erba. Quando vado nella mia casa natìa, a Venezia, li vedo ancora là, in uno scaffale, e mi viene voglia di rileggerli, ma non ho mai avuto il coraggio di farlo: chissà come troverei quella lettura adesso, quarant’anni e passa dopo. Forse è meglio conservarne il ricordo nel cuore da bambino.

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Saggio, romanzo, libro che si fa strumento e strumento che si trasfigura esso stesso in libro, così come si sono trasfigurati tutti i libri che in questo medesimo libro sono contenuti e raccontati.