...i libri pubblicati, come i politici eletti, ci rappresentano.

Iene di carta

Due scrittori, una pistola, un provocatorio spaccato dell’editoria italiana: Michele Mengoli prende la sua penna e la usa come una spada.

Case editrici e librerie sono luoghi che da sempre esercitano un certo fascino sugli scrittori ma soprattutto sui lettori. Come mai vi è questa attrazione verso il mondo del libro, al di là dei suoi contenuti veri e propri?

È una attrazione legata alla consapevolezza che un libro – come un film o una canzone – è in grado di smuovere l’immaginario collettivo e, addirittura, determinare usi e costumi di una generazione. Grazie a questo potenziale il mondo del libro (inteso come la filiera che inizia con il libraio e sale tutta la scala socio-editoriale fino all’editor che decide, bontà sua, cosa dobbiamo leggere) affascina e viene rappresentato, come peraltro capita al mestiere del poliziotto nella fiction di genere, da tempo immemore in mille salse. Inoltre c’è da considerare l’attrattiva potentissima della “casa” del libro: la libreria. Quella fatta bene, quella abbastanza spaziosa per esplorare in libertà e dove, se non ne hai bisogno, puoi dimenticarti del libraio, è un luogo accogliente, rilassante e pieno di fascino.

“Tu non sei uno scrittore”. Iene di carta inizia così, gettando il lettore nel mezzo di una situazione piuttosto tesa tra due scrittori, uno affermato e l’altro no. Esiste veramente qualcuno che possa permettersi di dare un giudizio simile su qualcuno?

La vita di tutti è piena di giudici, a maggior ragione se hai a che fare con un pubblico, come capita – se è bravo e fortunato – al giornalista e allo scrittore. E spesso i giudizi che riguardano la tua persona o il tuo operato sono superficiali o strumentali, ma alle volte sono anche azzeccati e possono servire per migliorare. Il punto decisivo è un altro. Ed è poi il vero tema dello spaccato impietoso sull’editoria italiana di Iene di carta: la rappresentazione del senso del potere che vige sovente nel nostro Paese. Quel potere che ha annientato l’Italia e che tutti i giorni è sulla cronaca nera dei tg e che privilegia la conoscenza diretta e indiretta, il sotterfugio e la scappatoia al merito, per una filosofia pragmatica e “sciacalla” che l’amico Alberto Forchielli ha ben sintetizzato con questa frase: “In Italia non esiste la meritocrazia. Ti mettono in un posto, ti danno una carica istituzionale, non perché sei il più bravo per quell’incarico, ma perché sanno che sei la persona giusta per restituire il favore. È così nella politica. È così nella PA. È così anche nel privato quando poi ha a che fare con il pubblico. Dall’esterno sembri un uomo potentissimo. In realtà, invece, sei schiavo del potere”.

Lo scrittore assurge qui al grado di celebrità, pari a quella di un divo del cinema. È sensato provare una tale venerazione per coloro che si fanno conoscere attraverso opere letterarie in cui la parte biografica arriva sino a un certo punto e poi subentra la finzione, e l’aspetto estetico non gioca nessun ruolo?

Viviamo in un mondo che venera lo sportivo per il suo gesto atletico. Prendi Maradona che ha vinto da solo il Mondiale di calcio del 1986. Prendi il velocista Usain Bolt che ha annientato tutti i precedenti record dei 100 e 200 metri. In questi casi ci troviamo di fronte a gesti che sfociano nell’epica e nella leggenda, quantomeno per l’impatto massmediatico che hanno avuto a livello mondiale. Viviamo in un mondo che però, senza arrivare all’abominevole Schettino che disserta alla Sapienza, venera anche il famoso perché famoso, dall’ereditiera Paris Hilton a Emanuele Filiberto di Savoia, in una discesa di esempi senza fine (al buongusto). Tutto questo per dire che ogni epoca ha le celebrità che si merita. Il demerito dello scrittore-celebrità, almeno nel caso di Holden – il “cattivo maestro” di Iene di carta – non è tanto quello di mischiare biografia e finzione ma quello di avere sprecato il suo talento. La più bella recensione di uno scrittore a un altro scrittore l’ha scritta Italo Calvino per Una questione privata di Beppe Fenoglio: “Fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato… Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso…”. E una delle accuse a Holden è proprio questa: potevi scriverlo tu il libro della nostra generazione e non lo hai fatto. Con l’aggravante che non lo ha fatto perché ha perso tempo a sfruttare tutti quelli che aveva intorno.

“Si vedeva ospite dei talk show televisivi insieme al maestro, con gli applausi della platea e gli sguardi infiammati delle scosciatissime soubrette sedute al loro fianco.” Il successo si misura attraverso le apparizioni in televisione anche per chi si dedica alla letteratura?

In Italia – per gli scrittori (e anche per i giornalisti) – il successo, quello vero, che arriva ai lettori “deboli” e fa vendere decine o addirittura centinaia di migliaia di copie – contro le 2mila copie odierne che fanno già contento l’editore medio – è legato in modo imprescindibile alla tv, tranne casi rarissimi (eccezioni alla regola). Il successo, almeno quello iniziale, di Faletti è legato al suo percorso multi-artistico e alla sua precedente visibilità televisiva. Baricco e Lucarelli diventano scrittori da best seller dopo i loro programmi televisivi. Non ci vedo nulla di male in tutto questo. Il problema nasce se non esistono alternative. Nel senso che il cantante non vende più le sue canzoni ma riesce a sopravvivere con i concerti, mentre lo scrittore che non trova posto in tv (o che non ci vuole andare per diversi motivi) in Italia non ha nessuna valvola di sfogo per trovare lettori.

Che giudizio darebbe ad uno degli scrittori più reputati e letti in Italia se dedicasse una lezione a un grande classico della letteratura ammettendo poi di non averlo letto interamente?

Appartengo alla vecchia scuola di chi parla di cose che conosce, altrimenti ascolto e imparo. Perciò il mio giudizio è pessimo. Ma quello di cercare la scorciatoia, improvvisare o metterci una pezza è anche il modo italiano di comportarsi. La politica fa così. Il mondo della pubblica amministrazione fa così. Certi manager privati fanno così. Vieni sull’Oblòg (www.mengoli.it) e leggerai decine di esempi di “mediocrazia” all’italiana. E lo stesso capita nel giornalismo. Prendi una città qualsiasi, dove ci sono 3 o 4 testate giornalistiche. I fatti di cronaca compaiono identici su tutte le testate perché i 3 o 4 cronisti delle varie testate non fanno ricerca personale – investigazione – ma attingono le informazioni dalle conferenze stampa delle autorità e il giro di nera in tribunale lo fanno tutti insieme per non correre il rischio di “bucare” una notizia. Perché? Perché lavorare così è più facile.

All’accusa del protagonista di pubblicare romanzi scadenti e tutti simili l’uno all’altro, Holden, lo scrittore affermato, risponde: “La gente è come te. Ha bisogno di certezze.” La qualità dei prodotti editoriali dipende quindi dai lettori?

È drammatico quello che sto per dire ma la risposta è sì, perché anche lo scarso livello della politica italiana dipende dagli italiani. E i libri pubblicati, come i politici eletti, ci rappresentano. In questo, però, c’è speranza perché una nicchia che cerca la qualità esiste e non molla. Faccio ancora l’esempio del mio Oblòg. Gli articoli che pubblico e che vengono chiamati “appunti volanti di vita terrena” sono commenti all’attualità (socio-politico-economica e culturale) con interviste e interventi (di esperti o di persone che hanno qualcosa da raccontare) e il livello dei contenuti è alto e devo dire che c’è uno zoccolo duro oggettivo, con 25mila visualizzazioni nei primi cinque mesi del 2014, che è molto fidelizzato e che interagisce e propone spunti e riflessioni. Insomma, anche dal mio piccolo avamposto posso dire che in Italia c’è ancora vita intelligente.

Ha mai avuto ripensamenti mentre scriveva questa, come recita il sottotitolo, “invettiva contro l’editoria”?

No, perché non è nella mia natura tirarmi indietro. È così nella narrativa. È così nel giornalismo. Ho ricevuto pressioni in ogni testata dove ho scritto, dal Sole 24 Ore ai giornali locali, ma se non hai la schiena dritta sei finito a prescindere. E poi il desiderio di raccontare è alimentato dal dialogo quotidiano con gli “oblòghisti”, che in definitiva rappresentano il mio momento “live”: sono loro il mio pubblico. E difatti se l’Oblòg ha un filo conduttore, questo è l’esercizio della pratica opposta alla consuetudine molto diffusa in Italia di essere vili o crudeli, forti con i deboli e deboli con i forti. Ah, non sottovoce, come dal mitologico Marzullo. Sull’Oblòg si urla fino a perdere la voce. E questo aiuta a non voltarsi indietro.

Editorial reviews (1 review)


Scritto secondo le regole delle migliori scuole di scrittura creativa (e qui l'autore si offenderà), Iene di carta è un romanzo divertente e furioso. Con tre grandi qualità.