Nel mio caso la letteratura è una lente attraverso la quale guardare il mondo.

Sergio Garufi ritorna con un libro che è finito dritto nella nostra selezione. Scoprite il perché attraverso questa intervista.

« Il superlativo di amare » è innanzitutto un libro sui libri e su ciò che li riguarda. Un intento programmatico per esprimere le sue opinioni a riguardo o una presenza talmente naturale tra le pieghe della sua vita tale da guadagnare ampio spazio nel suo romanzo?

La seconda che hai detto, per citare Guzzanti. In genere, i peggiori romanzi sono quelli in cui l’intreccio è un mero pretesto affinché l’autore esprima le proprie opinioni sul mondo. Ma anche se incontro di persona qualcuno per la prima volta, io sono più interessato alla sua storia, da dove viene, cosa fa, quali sono le sue passioni, che non alle sue opinioni. Nel mio caso la letteratura è una lente attraverso la quale guardare il mondo. E’ qualcosa che non faccio scientemente. Ho provato a rinunciarci, come mi consigliava qualcuno, ma ho capito che è inutile, sarebbe come negare la mia natura.

Il filo della narrazione ci porta a conoscere anche Cortázar, poiché Gino, il protagonista, si occupa della traduzione dell’epistolario dello scrittore argentino. Gino si “scontra” per la prima volta con Cortázar grazie ad una bella ragazza francese che lo legge a bordo di una nave diretta al Pireo: è un aneddoto autobiografico?

In buona parte sì, ma molte circostanze sono modificate, o trasfigurate, come si dice in recensese. Quell’episodio illustra un aspetto del carattere del protagonista, che associa spesso le due cose: l’innamoramento per una donna e quello per un libro.

Sempre a proposito di Cortázar, si è celebrato da poco il centenario della sua nascita, così come da poco è uscito “A passeggio con John Keats”, una sua opera inedita. L’uscita del suo libro a pochi giorni di distanza da questo anniversario vuole essere un modo per celebrarlo o si tratta semplicemente di una coincidenza?

Il contratto per scrivere questo libro lo feci col mio editore tre anni fa, e nell’idea originaria del romanzo che col tempo ha subito molti aggiustamenti c’era già il fatto che fosse un traduttore di Cortazar. Questo semplicemente perché in quel periodo ero totalmente innamorato del suo epistolario, la versione originale, pubblicata da Alfaguara, e a ogni addetto ai lavori che incontravo consigliavo di acquistarne i diritti e tradurlo. Ero convinto che fosse un libro straordinario, un’opera-mondo, dove c’è dentro tutto, e non facevo che leggerlo, rileggerlo e sottolinearlo. Poi è successo che a furia di parlarne in giro un editore italiano ha comprato i diritti e mi ha affidato la revisione della traduzione, quindi in un certo senso la finzione si è imposta sulla realtà. All’inizio credevo di sbrigarmi prima del 2014, ma la stesura del romanzo mi ha impegnato parecchio e i tempi di consegna si sono dilatati fino a coincidere con il centenario attuale, cosa che non mi dispiace affatto.

Gino, in riferimento ad un suo libro pubblicato tempo prima, lamenta il fatto che i lettori cerchino di individuare in esso gli elementi autobiografici, attribuendogli così pensieri ed esperienze che in realtà sono di pura invenzione. Accade spesso agli scrittori di trovarsi di fronte a simili situazioni?

Sì, è una costante per ogni scrittore. E non mi sento di stigmatizzarla troppo, dato che gli stessi scrittori, quando leggono un libro, alla fine cercano quel tipo di riferimenti, come se la cosa rendesse più credibile il racconto. Io per primo lo faccio spesso. Credo dipenda dalla famosa sospensione dell’incredulità, quel patto che si sottoscrive immergendosi in un’opera di finzione. Per “entrare” nella storia bisogna crederci a tal punto da dimenticarsi di tutto ciò che ci circonda; poi al risveglio cercheremo inevitabilmente conferme per non arrenderci all’idea che era solo un sogno.

Il lettore di epistolari di celebri scrittori rischia di ridursi a un “morboso voueyur” e come se non bastasse «Le biografie degli scrittori ormai si ispirano alle riviste da parrucchiere»: meglio cadere nell’oblio piuttosto che essere oggetto di simile interesse oppure un certo grado di intrusione nella propria privacy deve essere accettato?

C’è un dipinto del Guercino, esposto al Prado di Madrid, che s’intitola Susanna e i vecchioni e può servire a chiarire un po’ la questione. Il tema iconografico di Susanna e i vecchioni si ispira a un episodio biblico, e fu raffigurato da molti artisti nei secoli. Il Guercino però lo realizzò con una variante significativa. Solo uno dei due vecchioni spia la bella donna nuda che fa il bagno. L’altro invece guarda fuori dal quadro, in direzione dello spettatore, e gli fa cenno col dito di fare silenzio, perché non vengano scoperti. Ecco, io credo che un po’ di voyeurismo sia inevitabile e ci riguardi tutti, e che post mortem l’opera di un autore non gli appartenga più. I fan dei grandi scrittori defunti praticano lo stalking, ma è uno stalking a fin di bene.

“mi ricordavo di un critico della mia generazione che recensiva settimanalmente libri di una «bellezza epocale». Le generazioni si susseguono ma il problema permane oppure qualcosa è cambiato?

Forse è peggiorato. Il vezzo di esagerare nei complimenti è in linea con lo spirito del tempo, che pretende di “eventizzare” ogni cosa per scuotere il pubblico dal torpore e dall’assuefazione causati da un’offerta eccessiva. Io credo che sia alla fine controproducente, perché poi non ci si fida più, tant’è che la critica letteraria ormai non influenza più le vendite, e per un consiglio il lettore comune ascolta più volentieri personaggi pubblici che nulla hanno a che vedere con la letteratura, come i cosiddetti opinion leader.

“Con la letteratura non si campa” è una frase con cui Gino viene apostrofato da sua madre e che, purtroppo, si sente pronunciare spesso. Come mai, secondo lei, continuiamo ad occuparcene, incuranti di tale monito?

Le passioni artistiche sono così. Siamo disposti a sacrificare tutto, soldi, tempo libero, perfino il buon senso, per veder riconosciuto il talento che crediamo di possedere.

“…avevo sempre dato un gran peso ai finali. Quando volevo comprare un libro per prima cosa andavo a leggermi le ultime righe. I famosi editor che giudicavano i manoscritti dall’incipit li consideravo dei fessi.” Per “Il superlativo di amare” questa opinione ha avuto un peso oppure anche qui si confondono i pensieri del protagonista con quelli dell’autore?

Io credo che un buon finale sia più importante di un buon incipit, e il sospetto di non essere il solo a pensarla così me l’ha dato un sondaggio recente. Pare che a un gruppo di automobilisti sia stato fatto percorrere lo stesso tragitto, mettiamo Milano-Bologna, che son 200 km circa, con un’ora in più del normale. Per metà di questi automobilisti il ritardo di un’ora era dovuto a un ingorgo incontrato subito dopo la partenza, e per l’altra metà il ritardo era dovuto a un ingorgo incontrato poco prima della fine. Be’, intervistati alla conclusione del viaggio, pur avendo impiegato lo stesso tempo i primi si dichiaravano più che soddisfatti, mentre i secondi erano imbestialiti. Insomma, condivido l’idea del protagonista, ma questo non vuol dire che la maggior attenzione che ho dedicato all’explicit lo abbia reso migliore. Magari bastasse quello. Purtroppo in letteratura le intenzioni di rado coincidono coi risultati.

Nel suo libro si parla anche di mappe letterarie. Ha mai organizzato un viaggio in base ad un libro che aveva letto o seguito uno dei cosiddetti pellegrinaggi letterari?

Sì, diversi. Più che un libro ho seguito un autore, soprattutto le case in cui ha vissuto, ma mi restano da fare tanti altri progetti riguardanti degli episodi specifici, o un libro in particolare. Vorrei fare un trekking attraverso i Pirenei, lungo la route Lister, il sentiero che percorse nel 1940 Walter Benjamin dalla Francia alla Spagna per sfuggire ai nazisti. Poi mi piacerebbe seguire il corso del Danubio con in mano l’omonimo libro di Claudio Magris. Prima o poi li farò, spero.