...nel corso della scrittura del libro, sono tornata teatrante, e mi sono infilata nel corpo dell’ “eroe negativo” ed ho provato a guardare la realtà (e noi, i “normali”) attraverso i suoi occhi.

Il tempo bambino

Dopo Evelina e le fate Simona Baldelli torna con una storia che avviluppa i pensieri e lascia un segno di cui probabilmente troveremo traccia nella nostra esperienza di lettori anche in futuro.

La straordinaria invenzione di Hugo Cabret è un libro per ragazzi di Brian Selznick: il protagonista ha dodici anni, vive all’interno della stazione di Montparnasse e si prende cura del buon funzionamento di tutti gli orologi lì presenti. Hugo ritiene che tutti i meccanismi abbiano un senso compiuto unicamente quando il loro funzionamento non presenta anomalie, e “Forse è lo stesso anche per le persone — […] — Se perdi il tuo scopo… è come se fossi rotto.”
Si può osare un parallelismo tra questo pensiero e quello del protagonista de Il tempo bambino?

Purtroppo non ho letto il libro né visto il film dal quale è tratto. Conosco però, a grandi linee, il soggetto. Il tempo, credo, è l’unità di misura della vita, il contenitore e lo svolgimento delle nostre storie personali. Penso quindi sia abbastanza naturale pensare di curare le persone aggiustando il tempo che hanno a disposizione. E quindi sì, sono perfettamente d’accordo con questo pensiero ed il parallelismo mi sembra assai corretto.

Parlando de Il tempo bambino, lo descriveremmo con i seguenti aggettivi: inquietante, visionario, torbido.
Lei quali userebbe?

Inquietante certo, perché vive un tempo inquieto. Visionario, sicuramente, perché il protagonista è solo, ed ha bisogno di visualizzare persone, pensieri, situazioni, non solo per farsi compagnia, ma specialmente per capire e capirsi. Torbido, sì, perché vive in una palude e non può certo essere limpido. Aggiungerei solamente: attento. Lui è abituato a smontare e rimontare meccanismi minuscoli, ed è in grado di accorgersi delle più piccole anomalie.

Il suo protagonista vive un’esistenza fatta di solitudine e di malcelato squallore: molto spesso misura la realtà che lo circonda con ciò che ha visto alla televisione. Vi è una critica sociale in questo frequente riferimento?

Sì. Sia chiaro, non condanno il mezzo, il contenitore. Il mio giudizio è sui contenuti e sull’uso che si fa del mezzo. In particolare l’influenza che può avere sulle persone più fragili, prive di solidi strumenti critici ed analitici, che vengono parcheggiate davanti allo schermo per un tempo infinito, le persone sole, appunto, o gli anziani, i malati e, soprattutto, i bambini.

Alla fine del libro ci si addentra in un gorgo onirico, una vera e propria allucinazione che coinvolge il protagonista, Mr. Giovedì, fino allo stremo: è possibile delegare la creazione di tali visioni alla fantasia o è necessario che vi sia qualcosa di autobiografico?

Nel mio caso, fortunatamente, è pura fantasia. Vede, io ho una formazione teatrale, iniziata come attrice e poi proseguita come regista ed autrice. In teatro non ci si fa tante questioni, diciamo, morali, nel momento in cui ti viene assegnata una parte. Se sei chiamata a fare Giulietta, sai che passerai mesi e mesi rivivendo le emozioni della scoperta dell’amore, se devi diventare Medea, non ti poni domande sull’etica del personaggio. Sai che il tuo ruolo, la tua bravura, stanno nel rendere concreto, credibile, il suo progetto di vendetta. E, da regista e, specialmente, drammaturgo, sai che l’unico modo per avere attenzione, svegliare dal torpore una platea spesso distratta, che sta per mezzora ad agitarsi sulla poltrona parlando col vicino di posto o domandarsi se troverà o no la multa tornando a prendere la macchina, è dargli un cazzotto nello stomaco.
E così, nel corso della scrittura del libro, sono tornata teatrante, e mi sono infilata nel corpo dell’ “eroe negativo” ed ho provato a guardare la realtà (e noi, i “normali”) attraverso i suoi occhi.

Il tempo bambino è un libro piuttosto complesso che può indubbiamente turbare, sia a causa delle tematiche trattate, sia per la concitazione di alcuni momenti narrativi. Non crede che la quarta di copertina abbia la tendenza ad edulcorare la potenza di ciò che questo libro contiene?

Davvero? Pensi che, con la casa editrice, ritenevamo che fosse fin troppo “inquietante”. Quindi è vero il motto dell’ordine della Giarrettiera! “Sia vituperato chi ne pensa male”. Evidentemente il suo è uno sguardo puro, o almeno non inquinato da pregiudizi. Spero che sia così anche per i lettori. Abbiamo scelto un passaggio che potesse rimandare ai personaggi principali della storia, senza però, per usare il suo termine, turbare troppo. Ma, d’altra parte, come si fa a trovare qualcosa che sia giusto per ciascun lettore?

Evelina e le fate, il suo precedente romanzo, è giunto tra i finalisti del Premio Calvino 2012 e ha vinto il Premio John Fante 2013. Questi riconoscimenti sono stati importanti per continuare a dedicarsi alla scrittura oppure le sue storie sarebbero state destinate ad essere comunque raccontate?

La finale al Premio Calvino e la vincita del Premio John Fante sono state fondamentali. Specialmente perché, entrambi, sono premi di lettori.
Questo mi ha certamente dato sicurezza, ed ha evidenziato, se mai ve ne fosse bisogno, che il pubblico dei lettori è certamente più diversificato di quel che il panorama editoriale vuol far credere. Sicuramente i libri, cosiddetti “leggeri” possono trovare un pubblico più vasto, ma è anche vero che quelli che vengono chiamati “lettori forti”, non si spaventano davanti a storie complicate, profonde, articolate, anzi! In più, il Premio italo Calvino, per la sua serietà e trasparenza, è da anni sinonimo di pubblicazione e con case editrici di prima fascia. Posso senz’altro affermare che, senza il Premio Italo Calvino, il mio Evelina le fate, ed ancor di più questo Il tempo bambino, avrebbero faticato non poco a trovare qualcuno che li pubblicasse…

Editorial reviews (5 reviews)


Libro assolutamente singolare, non privo di una sua sottile magia, intessuto di immagini fantastiche che richiamano libri come Alice nel paese delle meraviglie [...].

Una storia che inizia come una favola e procede come una tragedia, un libro duro da digerire, sia per i temi trattati che per la ripugnanza di numerose scene, descritte con un linguaggio crudo e nauseabondo. Una scrittrice di talento ma solo per spiriti (e stomachi) “vaccinati”.

Il romanzo cattura sin da subito, è maturo, affatto autoreferenziale, suggestionante, montato sul crinale di “categorie” antitetiche - realtà/visione, trauma/superamento, lucidità/follia, carnalità/poesia - eppure compatto, sostenuto e risolto in forza del convincente spessore psicologico di cui è connotato il protagonista, Mister Giovedì: l’adulto-irrisolto, l’adulto-bambino, [...].