Solo i lettori sanno svelarci ciò che è nascosto tra le pieghe, ciò che non sappiamo di “averci messo”.

“L’Aquila bella me, te voglio revete’…” Queste parole, tratte una filastrocca tradizionale, danno il titolo al romanzo di Donatella Di Pietrantonio.
Scopriamo insieme all’autrice qualcosa di più a proposito di questo romanzo candidato al Premio Strega.

Bella mia parla del terremoto che nel 2009 ha distrutto L’Aquila. Qual è stato il momento in seguito alla catastrofe in cui ha realizzato che doveva dar voce ad una simile tragedia?

Non sono aquilana, né ero all’Aquila il giorno del terremoto. L’ho vissuto dall’altra parte della catena degli Appennini, a Penne, il mio paese, e da noi è stato abbastanza gentile, ma sufficiente a evocare un’angoscia di morte che ci ha accompagnati per settimane, per tutta la durata dello sciame sismico. In quel periodo ero impegnata nella stesura del mio primo romanzo, “Mia madre è un fiume”, ma l’urgenza di scrivere del terremoto l’ho sentita subito e ho rinviato il momento, anche per stabilire una distanza emotiva. Poi è riaffiorata, come un fiume carsico.

“Affondo le mani nel freddo umido dell’argilla bianca. Reagisce alla stretta scappando solida negli interstizi tra le dita. Lavoro un po’ la massa per abituarla alla mia temperatura e saggiarne la disponibilità, sembra in attesa di ubbidire a una forma.” Si può dire che l’attività di ceramista sia per la protagonista una via per superare la distruzione che la circonda, che plasmare la materia sia il suo modo personale di ricostruire e ricostruirsi?

Per tutta la prima parte del libro la protagonista è una decoratrice di ceramiche, si limita a dipingere manufatti acquistati da altri. Intanto si racconta come una donna affetta da un cronico vissuto di inadeguatezza, debole soprattutto al confronto con Olivia, la gemella deceduta nel terremoto, solare e brillante. Caterina, questo il nome della protagonista, si muove lentamente e dolorosamente lungo un percorso di elaborazione del lutto che procede parallelamente a un processo di individuazione di sé come essere autonomo. Al culmine di questo cammino comincia a modellare l’argilla e questo atto creativo rappresenta proprio il suo lavoro di ricostruzione interna, paradossalmente stimolato dalla tragedia che le è toccata in sorte.

Un romanzo, rispetto ai reportages e ai documentari, ha il pregio di presentare al lettore il lato introspettivo di chi prende parte alle vicende descritte. Cos’altro può portare a privilegiare la prosa per tematiche simili a quelle del suo libro?

La prosa è uno strumento duttile, multiforme, potente, che permette di spaziare in assoluta libertà oltre l’oggettività del racconto per immagini, ad esempio. Bisogna solo stare attenti, soprattutto quando si racconta un evento come un terremoto, a non cadere nella trappola del sentimentalismo strappalacrime.

Il finale del libro resta aperto, un espediente narrativo che i lettori non sempre apprezzano: come mai ha compiuto una tale scelta?

Il finale aperto rischia, a volte, di lasciare insoddisfatto il lettore, ma ha il pregio, per me impareggiabile, di lasciargli un margine più o meno ampio di libertà per immaginare il “suo” finale, in base alla sua sensibilità e alla sua personale interazione con il testo scritto.

Che effetto le fa leggere le recensioni dei lettori che hanno letto Bella mia?

Il parere dei lettori è fondamentale per comprendere gli aspetti inconsapevoli del testo che uno scrittore ha prodotto. Solo i lettori sanno svelarci ciò che è nascosto tra le pieghe, ciò che non sappiamo di “averci messo”. Il lettore sa vedere con uno sguardo esterno, terzo, non obnubilato dall’appartenenza.

Bella mia è stato candidato al Premio Strega: come ha vissuto questo riconoscimento del suo talento letterario?

Essere selezionati a partecipare al Premio Strega è un riconoscimento importante per chi come me ancora stenta a viversi come scrittrice.