...la Storia è sì una cornice essenziale senza la quale la vita di Anna Alrutz perderebbe di senso, eppure tendo a considerarlo anche un romanzo psicologico, intimista.

Le lunghe notti di Anna Alrutz

Anna Alrutz: un soffio di vento che ci conduce sui luoghi che hanno fatto da teatro ad un capitolo del passato ancora doloroso. Un esercizio di umanità che consigliamo a tutti i lettori.

Anna, la protagonista, è un soffio di vento, una voce narrante diventata ormai onniscente: come mai ha deciso di rappresentarla in tal modo, una sorta di fantasma destinato a ripercorrere i luoghi della sua vita?

Avevo bisogno di un punto di vista a posteriori, di una prospettiva dalla quale la protagonista potesse ripercorrere tutta la sua vita e riflettere sulle sue – infauste – scelte. Volevo che Anna arrivasse alla conclusione, e con lei il lettore, che un’idea sbagliata può sembrare non solo giusta, ma anche seducente. Che la dittatura attecchisce da dentro, sul fertile terreno delle nostre paure. Il risveglio da questa lunga illusione arriva pochi mesi prima della sua morte, troppo tardi per rimediare. La sua espiazione consiste nel raccontare a tutte le persone che incontrerà il male commesso. Chi legge la sua storia, in verità, ascolta la sua confessione.
L’onniscienza dell’anima narrante, tuttavia, incontra dei limiti. Proprio quello che vorrebbe sapere più di ogni altra cosa, le sfugge: che fine ha fatto il pastore Rudinski, il suo grande amore? Lo cerca nei luoghi in cui era solita trovarlo, ma la casa è vuota. Sedie rovesciate, cassetti aperti, caffè caldo sul tavolo. Uccisi? Deportati? Fuggiti? Anna non lo saprà mai. Ecco l’ennesima tortura, l’ennesimo risvolto tragico: i tanti dispersi del regime, quelli di cui non si seppe più nulla.

Lei lavora negli stessi luoghi che hanno ispirato questo romanzo, i locali che negli anni ‘30 erano una clinica in cui si praticavano le sterilizzazioni forzate sulle donne secondo il programma nazista di “igiene razziale”: com’è cambiata la percezione del suo ambiente di lavoro durante la stesura del romanzo e dopo la sua pubblicazione?

Durante la stesura del libro la mia percezione era inevitabilmente affetta dalla storia che stavo scrivendo e in un certo senso lo è ancora oggi. Facciamo lezione in quella che era la sala parto, il mio attuale ufficio si trova nell’ala un tempo riservata alle puerpere, il sottotetto di questo edificio ospitava le stanze delle infermiere, e lì la sensazione di trovarsi nel passato è ancora molto forte, nonostante le ristrutturazioni.
Un cambiamento c’è stato: non nella mia percezione, ma nel modo in cui l’università ha deciso di affrontare apertamente il suo passato scomodo, quello di essere stata uno dei tanti luoghi di discriminazione, di segregazione e di morte. Dal 2010, infatti, anno in cui ho iniziato la stesura del nucleo originario del romanzo, sono state collocate diverse targhe commemorative che informano i visitatori sui lavori forzati, sulla sterilizzazione e, non da ultimo, anche sull’espulsione di docenti e studenti a partire dal 1933. Un enorme pannello con foto e biografie verrà infatti collocato, l’anno prossimo, all’ingresso della biblioteca di Lettere. Dal momento che non c’è alcun nesso causale fra il mio romanzo e queste iniziative, verrebbe da chiedersi: come mai proprio adesso? Una risposta logica non c’è, ma mi piace pensare che siano al lavoro delle forze positive che vengono liberate dalla memoria. Forse nel tempo è maturata una forma di coraggiosa onestà: questo è il nostro passato, che ci piaccia o meno. Occorre guardarlo con lucidità, tatto e la necessaria pietas.

Come ha intrapreso il percorso di documentazione necessaria per scrivere Le lunghe notti di Anna Alrutz? Ha incontrato qualche reticenza a trattare un simile soggetto, ancora un tabù all’interno di un argomento così spinoso per la coscienza collettiva tedesca?

Questa è una domanda interessante, ma non di facile risposta. Per spiegarmi meglio userò una metafora. Hai la cantina piena di roba vecchia accumulata negli anni e devi assolutamente liberartene. Ti rendi conto però che non ce la puoi fare da solo, e allora chiami qualcuno. La persona arriva e inizia a smistare gli scatoloni: libri, vestiti, cianfrusaglie, ma anche innumerevoli oggetti personali, quelli nei quali hai riposto di volta in volta un pezzetto della tua vita. Da un lato, allora, sei grato a questa persona perché da solo non riusciresti mai a liberarti di tutta quella robaccia, dall’altro è pur sempre qualcuno che viene a mettere il naso fra le tue cose, nel tuo sacrosanto passato…
Ecco, una sensazione simile l’ho avvertita diverse volte durante le mie ricerche: gli archivisti sono stati estremamente disponibili con me e a loro va tutta la mia gratitudine. Tuttavia ho avvertito di quando in quando una sorta di preoccupazione: che cosa verrà ancora fuori dalle nostre scartoffie? Quante cose terribili del nostro passato non conosciamo ancora?

Le sue ricerche sono state di certo lunghe e complesse. Come mai a fronte di una nutrita bibliografia ha deciso di scrivere un romanzo piuttosto che un saggio storico?

Primo perché non sono una storica e nella stesura del romanzo ho sempre considerato i documenti come le fondamenta di una casa, non come la casa stessa. Poi, perché quello che volevo raggiungere non era l’esattezza di una dimostrazione scientifica, ma il coinvolgimento emotivo, l’empatia con una giovane donna vissuta nella prima metà del Novecento. Volevo raccontare la Storia dal di dentro, riviverla nella scrittura come se fosse un presente tangibile, fruibile ai sensi e non solo all’intelletto. Mi sono persa nella lettura di orari ferroviari del tempo, nelle piantine delle città, nelle reclame delle fette biscottate o nei consigli per laccarsi le unghie: ho scoperto un mondo terribilmente simile al nostro, animato da desideri e paure estremamente familiari. Spero che anche il lettore possa immergersi in quel passato proprio come ho fatto io, per capirlo da dentro.

Quali difficoltà ha incontrato, da italiana, nel raccontare un capitolo buio della storia della Germania dal punto di vista di una ragazza tedesca dell’epoca?

Difficoltà di tipo linguistico innanzitutto, anche perché molte delle parole create ad hoc dal Nazionalsocialismo sono praticamente intraducibili o se vengono tradotte perdono molta della loro forza oscura. Le faccio un esempio: la parola erbtüchtig, formata da ‘erb’ che significa ereditario, e “tüchtig”, che significa capace, bravo, in gamba. Con questa parola il regime definiva coloro i quali avevano un patrimonio genetico sano, non affetto da malattie ereditarie, quelli che insomma potevano e dovevano generare la vigorosa prole ariana. Nella propaganda del tempo ricorrono spesso termini del genere: ora, trasferirli dal tedesco all’italiano è una sfida linguistica destinata quasi sempre a fallire. Dietro quella parola c’è un universo, una Weltanschauung agghiacciante.
Le difficoltà linguistiche o la scarsa reperibilità dei documenti di cui avevo bisogno sono tuttavia degli ostacoli a cui ero preparata: più difficile è stato in certi momenti immedesimarsi fino in fondo in Anna Alrutz. Per esempio nel capitolo nono, quando la giovane scappa di casa per andare a sentire un comizio di Hitler e ne rimane entusiasta. Leggevo e rileggevo i discorsi che Hitler aveva tenuto in quei mesi e mi dicevo: come era possibile credere ciecamente alle parole di questo folle? È stato a quel punto che ho cambiato radicalmente l’approccio e ho iniziato a lavorare sulla paura, un sentimento che accomuna gli uomini di tutti i tempi. Paura del futuro, paura del vuoto, paura di non trovare un proprio posto nel mondo: a tutte queste paure Hitler è riuscito a dare una risposta, religiosa e politica allo stesso tempo, per questo pericolosa e totalizzante. Attraverso la paura sono riuscita a scrivere quello che non riuscivo né a immaginare né a condividere.

A fronte del grande successo di storie d’amore tra creature soprannaturali, vicende epiche e romanzi erotici, come mai secondo lei il romanzo storico continua ad essere un genere molto apprezzato?

Sono le storie singole, individuali ad appassionarci, credo. L’ambientazione storica ci fa scoprire meglio una determinata epoca, ma la cosa più avvincente è secondo me ritrovare, per esempio, nelle vicende di un monaco benedettino del tredicesimo secolo le stesse passioni e gli stessi timori che io, lettore, avverto settecento anni dopo. Il romanzo storico in fondo ci riconcilia con un passato solo apparentemente lontano.
Detto questo, non sono sicura che il mio romanzo possa rientrare pienamente nella categoria di romanzo storico: la Storia è sì una cornice essenziale senza la quale la vita di Anna Alrutz perderebbe di senso, eppure tendo a considerarlo anche un romanzo psicologico, intimista. Ho volutamente rinunciato a un uso troppo ossessivo di particolari storici, non volevo cadere nella trappola del principiante che li dissemina qua e là per dimostrare la plausibilità della trama. In fondo si tratta di una lunga, lucida confessione nella quale conta più il ricordo delle vicende, che la vicenda stessa. Il pentimento, più che l’analisi.

Editorial reviews (2 reviews)


Opera d'esordio matura, quella di Ilva Fabiani: ben strutturata, dallo stile gradevole, con studio coerente dei personaggi e padronanza di sentimenti e della Storia. Pagine intrise e impreziosite dalla malinconia, cui si aggiunge la nostalgia, sentimenti compatibili con il taglio post- mortem del narratore.

[...]ha il pregio di raccontare l’orrore, lo fa con sentimento e con una prosa linguisticamente curata, intima, attraverso gli occhi di una giovane donna capace, intelligente e appassionata, che prende gradualmente coscienza di se stessa riannodando i fili della propria vita e disegnando le figure della propria famiglia.