Non credo che la letteratura abbia nessun potere salvifico. Aiuta solo a trovare le parole...

Una breve intervista a Simone Lenzi, autore di questi brevi racconti taglienti.

La prima domanda soddisfa semplicemente la nostra curiosità: come mai ha deciso di raccontare questa serie di “mali minori”, ovvero i piccoli schiaffi morali, le delusioni e le vigliaccherie, altrettanto dolorosi di quei mali che ci aspettano una volta diventati adulti?

Mi interessava raccontare la prima volta. La prima volta in cui ci accorgiamo che questo non è il migliore dei mondi possibili. Di farlo partendo dalle piccole stonature, appunto. Nessuna tragedia, nessun lutto. Solo piccoli incidenti, disillusioni, catastrofi tascabili insomma, che spesso fanno ridere, o magari commuovono, ma in cui ne va sempre dell’idea che tutto sia perfettamente ordinato e sensato.

I bambini protagonisti di questi racconti assomigliano molto spesso ai personaggi creati da Golding de Il signore delle mosche, dove è la barbarie a fare da padrona in un gruppo di ragazzini da soli su un’isola deserta. Cosa ne è dell’ingenuità e della bontà del fanciullino pascoliano?

Ha citato il Signore delle Mosche. Le rispondo citando il commento di Sant’Agostino al Vangelo di Giovanni: “ve ne sono che finiscono derisi e irretiti dal Diavolo per colpa delle mosche”. Vuol dire che è il fastidio delle mosche, cioè delle inezie, delle piccolezze, più ancora delle grandi tragedie, a farci capire che nel mondo c’è qualcosa che non torna. E quindi anche in noi. Sin da piccoli. Ma questo qualcosa che non torna, questo qualcosa che non troviamo e che ci difetta, è proprio quel che ci rendi umani e, in fondo, degni di comprensione.

“…mi limiterò all’esposizione dei fatti, come se in effetti riguardassero un altro, essendo io a sette anni un altro davvero…”: si può azzardare che in questo caso la narrazione non sia più biografica ma che subentri in qualche modo la fantasia, così come avviene per la creazione dei personaggi fittizi?

Certo, anche se questo varrebbe allo stesso modo seppure narrassi una cosa occorsami ieri. Si può parlare di noi stessi o degli altri, indifferentemente, riuscendo o meno a rendere interessante quel che raccontiamo. Bisogna infatti sapere che, come diceva qualcuno, “io è un altro”.

Leggere sin da piccoli, e quindi venire a contatto con situazioni e personaggi che popolano una realtà diversa da quella a cui un bambino è normalmente abituato, potebbe secondo lei preparare a fronteggiare i mali minori (e anche maggiori) che la vita ha in serbo per ognuno di noi?

Non credo che la letteratura abbia nessun potere salvifico. Aiuta solo a trovare le parole, magari a prenderle in prestito da un altro. Per dire cosa, resta da vedere. Intanto, se un libro ti fa passare un paio d’ore di qualche godimento penso che abbia già per questo raggiunto un nobile scopo.

Diventare “grandi scrittori prima di aver scritto effettivamente qualcosa”. Vi è davvero un simile grande pericolo?

Chi, come il protagonista del racconto, si sente ‘un grande scrittore’ corre il fondato rischio di crederlo perché, fondamentalmente, è un po’ un cretino.