Noi scrittori, in fondo, siamo dei gran giocherelloni e pizzicare il tempo ci dà l’illusione di spargere intorno polvere di stelle.

Dopo la Trilogia della Guerrera, seguite Marilù Oliva nel dedalo delle scale condominiali di un palazzo come tanti, fatevi condurre all’interno di tre appartamenti, abitati da altrettante anziane signore…

Sultans of swing ha ispirato il titolo di questo romanzo, Mina ha una parte importante in una scena indimenticabile: è frequente per gli scrittori associare una sorta di colonna sonora al proprio libro oppure la musica possiede un ruolo occasionale?

Per molti scrittori sì, la musica è importantissima. Del resto io avevo reso, nella precedente “Trilogia della Guerrera”, i ritmi latino-americani leitmotiv principale, sia a livello tematico sia per quanto riguarda la scansione dei capitoli o la titolazione stessa. Ne “Le Sultane” manca una vera e propria colonna sonora, ma se dovessi scegliere, ruberei quella di “Pulp Fiction”.

La creazione di un personaggio anziano è in qualche modo più complessa rispetto alle altre caratterizzazioni?

Non credo che sia l’età a rendere complessa la realizzazione di un personaggio, anche perché di persone anziane ne vediamo tutti i giorni: i vicini, i parenti. Piuttosto l’età potrebbe risultare deterrente rispetto all’attrattiva: siamo in un’epoca in cui la vecchiaia è messa al bando o deformata dai media e non solo da loro, la nostra epoca è segnata dal trionfo dell’eterna giovinezza e invecchiare, quello sì, sembra quasi un delitto. Ma spero che le mie tre Sultane riescano ugualmente a sedurre il lettore con la loro autenticità, l’accettazione della vita e di tutti i segni che lascia, la ribellione incontrollata con cui reagiscono a una vita stanca.

“È strano come noi Sultane giochiamo tre volte col tempo: ieri, oggi, domani.” Essere scrittori equivale a fare un pò la stessa cosa?

Assolutamente sì. Quello che Borges considerava atto divino e fondante della scrittura, ovvero “il momento della creazione”, non riesco a dissociarlo da quello che mi piace chiamare “gestione del tempo”. Gli strumenti che abbiamo a disposizione sono diversi: analessi e prolessi, what if, ellissi, etc. Noi scrittori, in fondo, siamo dei gran giocherelloni e pizzicare il tempo ci dà l’illusione di spargere intorno polvere di stelle. Ma come dicevo sopra, è solo un’illusione.

La quarta di copertina descrive la quotidianità delle tre protagoniste, “quando improvvisamente l’esistenza le costringe a una svolta forzata, osano quello che non hanno mai osato fare e rompono tutti i tabù.”: è il grottesco a dare forza alla sua narrazione, il venir meno degli stereotipi generalmente associati agli anziani?

Ho scelto il grottesco come soluzione narrativa per alleggerire misfatti e situazioni che altrimenti rischierebbero di essere altamente drammatiche. E poi il mio tentativo è divertire il lettore, non farlo piangere.

“Se c’è ancora qualcosa di recuperabile, su questa Terra, bisogna lavorarci sopra: l’educazione salverà il mondo, forse.” L’educazione passa anche attraverso la cultura, possiamo osare e dire che la letteratura potrebbe avere una parte in questa rivoluzione sociale?

Eccome e faccio mie le parole della vecchia Wilma. Ma si tratta di una rivoluzione sociale molto lunga, che richiede solidarietà, pazienza e tenacia, perché siamo parecchio indietro, sia a livello culturale – e per cultura intendo apertura mentale verso ciò che ci circonda – sia a livello di educazione, ovvero attenzione verso l’altro.

Volendo trasporre « Le Sultane » sul grande schermo, potremmo considerarlo imparentato con “La Comunidad” di Álex de la Iglesia e “Arsenico e vecchi merletti” di Frank Capra. Qual è la sua visione della letteratura che si fa cinema?

Ottima se il cinema viene fatto dal regista giusto, come nei casi da lei citati.