I libri, a poche settimane dall’uscita e anche a distanza di anni, sono sempre embrioni spauriti...

La letteratura Tamil a Napoli

Alessio Arena ci porta con sé nel sottosuolo di Napoli e ci trascina nei cunicoli dell’Accademia dei sotterranei alla scoperta delle gesta di dieci scrittori pronti a tutto.

“Sanath Sinnadurai un giorno mi disse che un vero scrittore fabbrica le sue mitologie con l’armamentario del sonno e che allo stesso modo, immerso nella pace della notte, un soldato conquista il territorio più ambito.” La sua creatività trae forza allo stesso modo?

La teoria della letteratura propagandata nei sotterranei da Sanath si muove su toni profondamente romantici, suggerisce una solennità di scrittura dal sapore quasi ottocentesco. Nel mio caso non è proprio così: uso la notte per necessità ben più grossolane. Almeno che non ci siano antipatiche scadenze di consegna, che con l’urgenza e il potere salvifico della scrittura c’entrano poco, lavoro sempre quando c’è luce.

Il libro viene qui inteso come oggetto rivestito da sacralità, proprio della maggior parte delle religioni e quindi, al tempo stesso, obiettivo da distruggere quando si vuole sradicare culture e tradizioni. Con la digitalizzazione si presenterà egualmente questo problema, solo con modalità diverse?

Benché io non mi sia ancora del tutto abituato alla comodità dei tablet e degli altri supporti elettronici per la lettura, credo che la digitalizzazione abbia rappresentato una soluzione ideale per molti libri dimenticati, fuori catalogo, impossibili da reperire. In questo senso, quando tutto sarà programmato e pronto per l’”easy reading” sarà molto difficile che vada perso.

«Ti dico una cosa in tutta sincerità: questo Manifesto, in parte, l’ho copiato da un grande scrittore brasiliano, un certo Oswald De Andrade». «Ma allora che senso ha?» «Se chiamma “poetica del riciclaggio”, figlio mio. E con il tempo alle persone sta sempre più a cuore…
Questa considerazione si riferisce alla problematica del plagio oppure si inserisce nella tradizione poetica del pastiche?

Non l’avevo pensato in termini di plagio, no. Ciò che è espresso nel “Manifesto” della letteratura dei sotterranei, sottoscritto dai misteriosi autori che riempiono di contenuti inediti il già ricco sottosuolo napoletano, si riferisce a una rivisitazione della tradizione culturale, una trasfigurazione operata su di essa, che la migliora miracolosamente. Gli scrittori tamil fanno, in pratica, con la cultura della città che li ospita, quello che i teorici della letteratura brasiliana, come appunto De Andrade, avevano considerato antropofagismo culturale, volendo spiegare come l’attuale cultura brasiliana abbia fatto propri, divorandoli e digerendoli, elementi delle tradizioni orali amerindie e africane, e il corpus letterario della madrepatria portoghese. I tamil a Napoli partono ovviamente dalla lingua della città, ritrovando in essa tutto il sapore agglutinante della propria.

«Dove non arrivano i libri, non c’è nessuna forma di denuncia più forte che farsi saltare in aria». Senza arrivare a gesti così tragici, secondo lei i libri al giorno d’oggi possiedono ancora un potere così forte?

Assolutamente sì. Non potrei pensare diversamente dalla giovanissima Premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, la bambina pakistana che ha difeso il diritto alla cultura della sua generazione in una società abbrutita da un manipolo di decerebrati estremisti. Le sue parole sono di una semplicità e di una dolcezza disarmante: “Un libro, una penna, un bambino, un professore: possono cambiare il mondo”.

«Scrivere è una questione di serendipità: cerchi la via per le Indie e scopri l’America». Significa che ogni progetto letterario subisce per forza delle modifiche in corso d’opera? In cosa è cambiato, ad esempio, “La letteratura tamil a Napoli” durante la sua?

Sì, di quello che avevo in mente per questo libro è rimasto solo il titolo, spudorato omaggio a una delle opere che ho maggiormente amato del cileno Roberto Bolaño, “La literatura nazi en América”, che proponeva biografie di fantomatici scrittori nazisti connettendole tra loro con maestria, proprio come i capitoli di un romanzo. All’inizio, quasi come si fa in musica, avevo immaginato il mio libro come una “cover” di quello. Poi il lavoro ha preso tutta un’altra piega.

Come mai ha sentito l’esigenza di scrivere una postilla (con la zanna spezzata di Sri Ganesha)?

Perché il romanzo costruisce elementi di finzione su una base di evidente e drammatica storicità. Soprattutto ci sono alcuni personaggi che, per parlare della guerra civile in Sri Lanka, quella che spinge tamil e singalesi alla diaspora, e li fa incontrare nella Napoli della realtà e del romanzo, si esprimono con eccezionale tendenziosità. Mentre scrivevo questo romanzo, negli ultimi cinque anni, mi sono avventurato contemporaneamente nella lettura del Mahabharata, il sontuoso poema epico indiano, il cui tema centrale è una guerra fratricida. Al gesto del Dio Ganesha, mitico scriba e autore del manoscritto originale, che si spezzò una zanna e la intinse nell’inchiostro per non perdere il filo della narrazione che gli riportava il saggio Vyasa, ho dato un’azzardata e immaginosa interpretazione. L’unica vera arma, nelle guerre, nella guerra di ogni giorno, dovrebbe essere la parola scritta.

La lingua tamil possiede effettivamente un’importante tradizione letteraria, così come vi sono numerosi scrittori appartenenti ad altre culture e minoranze di cui a noi italiani giunge solo un’eco lontana. La colpa è delle case editrici che esitano a proporre ai lettori queste opere oppure sono le scelte dei lettori stessi ad aver in qualche modo influenzato una produzione editoriale limitata?

Sono vere entrambe le cose. Le mode editoriali purtroppo esistono, influenzano editore e lettore, sono periodiche, hanno spesso vita breve, poi ritornano sotto mentite spoglie di novità. Da questa macchina infernale stanno fuori molti scrittori e molte opere che non arrivano mai ad essere tradotte in Italia. Bisognerebbe avere coraggio. E non solo puntando sulle traduzioni. Ma anche su un tipo di letteratura che non insegue i dettami del best-seller. In questo senso non potrei non ricordare che Neri Pozza ebbe la lungimiranza e la lucidità di pubblicare un romanzo così insolito come “Il ragazzo morte e le comete” di Goffredo Parise. Un libro che ho molto amato.

Sandra Petrignani, a proposito del suo libro, ha scritto questo tweet: “ Se vi piace essere sorpresi dai libri: La letteratura Tamil a Napoli, un romanzo di AlessioArena (NeriPozza). Uguale a niente.” Lei invece, a distanza di qualche settimana dall’uscita in libreria, come definirebbe la sua opera?

È una domanda davvero insidiosa, devo essere sincero, perché io vorrei mantenere raccolta e distante l’idea che ho di questo libro. Quello che volevo dire di questa storia l’ho scritto. Ma i libri, a poche settimane dall’uscita e anche a distanza di anni, sono sempre embrioni spauriti, sono scritti con un inchiostro trasparente che solo chi inizierà a risignificare i suoi contenuti, chi vi si affiderà, potrà rendere visibile. I libri, insomma, li definiscono i lettori, secondo me, non chi li scrive.

Editorial reviews (2 reviews)


[...]il nuovo romanzo di Alessio Arena – “La letteratura tamil a Napoli” edito da Neri Pozza e uscito da poche settimane – arriva come una boccata d’aria fresca, come una finestra che si spalanca su un panorama che si ha davanti agli occhi tutti i giorni e che pure non si conosce.

Così Arena si tiene fuori dai cliché e dalle categorie, e piazza uno dei colpi più interessanti nel panorama delle pigre lettere italiane.