Mettere a confronto un critico d’arte con un critico letterario? Entrambi appartengono a circuiti paralleli.

Grazie al suo romanzo, Letizia Triches accompagna i lettori nel mondo dell’arte: ne abbiamo approfondito con la scrittrice qualche aspetto interessante.

Molto spesso, nelle trame dei romanzi che prevedono investigazioni, allo scioglimento dei misteri da parte del protagonista si accompagnano anche le sue vicende personali, che si intersecano in modo più o meno consistente con le indagini. Come si affrontano queste due diverse componenti nella pianificazione dell’opera letteraria?

Ho scelto un restauratore come investigatore perché si tratta di un professionista dotato di una prerogativa speciale: scopre l’uomo che si nasconde dietro all’artista. Il restauro di un dipinto non è solo una questione di tecnica. Ci vuole anche un grande intuito per far sì che l’opera su cui si deve intervenire torni a emozionare lo spettatore e per capire cosa voleva davvero comunicare il pittore che l’ha realizzata. Il mio Giuliano Neri ha sempre saputo che il suo era un lavoro “in bilico”. E così, quando un evento drammatico si abbatte sulla sua vita, costringendolo a diventare un detective del delitto, oltre che dell’arte, non ha scelta. Il suo continuo interrogarsi sulla natura della mente umana lo spinge a scavare in quella realtà quotidiana di apparente normalità in cui si annida l’orrore della violenza e il cosiddetto istinto omicida. I dubbi, i sospetti, i timori del mio protagonista vanno a confluire nelle vicende legate alle indagini. Diventano il motore che muove le fila della narrazione.

In una recente recensione, a proposito dell’ampio spazio che nel suo romanzo viene dedicato all’arte, si afferma che “è senza dubbio la parte più interessante ed originale del libro » : si è trattato di un modo per avvicinare il pubblico dei lettori all’arte o semplicemente ha fatto convergere nella scrittura l’amore per la sua professione?

Per anni la mia passione-ossessione è stata quella di portare alla luce la trama sottesa alla creazione dell’opera d’arte. Ma nello stesso tempo sono attratta dalle storie in cui è necessario sciogliere un enigma per giungere alla verità. Non mi interessano tanto il “come” e il “dove” quanto il “perché”. Cosa si nasconde dietro ai comportamenti umani? Ho scelto di utilizzare il genere giallo come espediente per analizzare le radici del male impiantate nella nostra mente. Sono convinta che l’attività artistica possa venirci in aiuto. Arte come esorcismo del male, dunque. L’arte ha uno strano potere. Molte cose ci sembrano reali e non lo sono. Solo l’artista è in grado di descrivere la realtà mentre viene vissuta.

Il libro parla di un dipinto murale la cui difficile interpretazione fa supporre che celi un mistero. Perché le opere d’arte si prestano in maniera particolare a incarnare ciò che vi può essere di esoterico, di enigmatico e misterioso?

A volte sono gli artisti – con le loro vite “maledette” o con il loro ricorrere a misteriosi simbolismi – a suggerire un universo inquieto e popolato da visioni capaci di disorientare lo spettatore. Altre volte, invece, è la stessa natura dell’arte a provocare in noi un senso di smarrimento, uno stato emotivo vertiginoso. Un pittore parla di cose che non si possono intendere se non si frequenta la pittura molto da vicino. È un esercizio che ci farà percepire le cose non più come prima. Si impara a vedere. Il pittore vede con la mente e lotta contro il buio che senza sosta risucchia le stesse immagini che ha generato. Giuliano Neri, di fronte a quell’enigmatico affresco, percepisce un particolare che tenta di sfuggirgli. È solo un dettaglio, minuscolo ma fondamentale. Essenziale per scoprire il mistero che si cela dietro al delitto su cui sta indagando. Quel dipinto, allora, dovrà trasformarsi in una mappa che lo aiuterà a entrare nella mente di chi lo ha realizzato.

Vi sono recenti opere letterarie, mi riferisco a Il genio dell’abbandono di Wanda Marasco e al libro di Giorgio Nisini, La lottatrice di sumo, i cui protagonisti sono indissolubilmente legati all’arte: essi sono rispettivamente Vincenzo Gemito, grande scultore italiano, e un professore di fisica a confronto con le opere di un artista complesso e controverso. L’interesse per l’arte resiste, nonostante tutto?

Per nostra fortuna, anche se la maggioranza della gente non ne è consapevole, esiste l’empatia dell’arte. Sarà perché viviamo in città attraversate dall’arte, ma sappiamo riconoscere istintivamente il bello. Nel nostro cervello la bellezza abita da sempre e gli artisti sanno attivare un processo di empatia con chi osserva le loro creazioni, dando vita a una comunicazione intersoggettiva molto forte. Fin dalla nascita siamo predisposti a sviluppare e cogliere la dimensione estetica. Consciamente o no, un artista se ne serve. L’arte è lo specchio che riflette il modo in cui percepiamo il mondo. Come potrebbe non resistere un interesse nei suoi confronti?

Approfittiamo della sua esperienza letteraria e professionale per porle una domanda spinosa: vi è una differenza tra critico d’arte e critico letterario?

Negli anni Ottanta mi sono occupata di arte contemporanea e ho seguito da vicino il lavoro di alcuni artisti. Organizzavo mostre e intervenivo nei cataloghi. Anche se in maniera anomala. Al posto dei saggi critici, infatti, elaboravo racconti. Una tattica trasversale per descrivere i quadri. Mettere a confronto un critico d’arte con un critico letterario? Entrambi appartengono a circuiti paralleli. In apparenza vicini, ma in realtà molto distanti. In passato arte e letteratura si muovevano insieme. Oggi il mercato le ha divise. I critici, intermediari privilegiati tra autore e pubblico, non hanno più il ruolo predominante di un tempo e altre figure sono emerse, ben più determinanti per creare il successo di un libro o di un’opera d’arte. Nel campo dell’editoria spiccano agenti ed editor, in quello dell’arte, collezionisti e galleristi. Per un libro una buona recensione può avere il suo peso, ma ciò che conta per le vendite è soprattutto la visibilità mediatica. Per un’opera d’arte, un collezionista famoso può fare la differenza, mentre il linguaggio della critica d’arte, spesso incomprensibile, confina questo tipo di intervento a un circuito per iniziati.

Quali biografie o autobiografie di artisti consiglia di leggere per chi volesse intraprendere un percorso di letture legato all’arte?

Giorgio Vasari forse non è stato un artista eccelso, tra i grandi del Cinquecento, ma di sicuro è stato un genio. Almeno io lo considero tale. Per il solo fatto di avere scritto una storia dell’arte attraverso le vite degli artisti. Ancora oggi, ogni tanto, consulto il suo capolavoro. È uno dei motivi per cui ho letto poche altre biografie. Le notizie che mi interessano preferisco prenderle direttamente dalle fonti. Mi sono concessa rare eccezioni. Come nel caso di Melania Mazzucco con il suo splendido “La lunga attesa dell’angelo”. I miei romanzi compiono un percorso diverso. Io intreccio l’arte con il delitto. E, in questa dimensione, un libro esemplare e pieno di fascino è sicuramente “Il mio nome è Rosso” di Orhan Pamuk.